La crisi bancaria si accentua: il caso Citigroup


24 Febbraio 2009 - Sembra dunque che le voci provenienti da oltre oceano non fossero poi destituite da ogni fondamento.
La notizia che il presidente degli Stati Uniti Obama starebbe per nazionalizzare il colosso americano Citigroup è stata battuta ieri, lunedì, dalle agenzie di tutto il mondo.

Trovano così conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, la previsioni più allarmistiche relative alla crisi economico-finanziaria del sistema bancario internazionale.

In risposta alla probabile decisione del presidente americano, che prevederebbe la trasformazione delle azioni di risparmio in ordinarie, anche il governatore della Banca centrale europea ( Bce ), Trichet, si è espresso in maniera chiara su un probabile intervento, anche in Europa, per salvare gli istituti di credito in crisi.
La parola che circola con maggiore insistenza e realismo negli ambienti finanziari è nazionalizzazione.

Il discorso di Trichet è stato giudicato tardivo dal ministro Tremonti, che non ha mancato di osservare come un intervento di sostegno si sarebbe dovuto prendere molto tempo prima, nelle fasi iniziali della crisi economica.

Il possesso da parte delle banche di miliardi di euro di titoli tossici rende sempre più valida l’emissione dei cosiddetti Temonti bond, anche se, da parte delle banche italiane più esposte, non sembrano giungere aperture significative.

I mercati hanno reagito alle previsioni americane con una nuova flessione, prima a Wall Street, di oltre due punti percentuali, poi in Europa, con diffusi realizzi su tutte le piazze, ed oggi, martedì, Tokio ha aperto con una flessione di oltre 2 punti.

A Piazza affari, ieri, è stata la Fiat a far segnare un ribasso dell’ordine di 5 punti percentuali, al punto che l’agenzia di rating Moody’s ha ridotto il rating del Lingotto, ed ora considera il titolo della casa torinese come junk, cioè spazzatura.

Maurizio Zani - XageneFinanza2009



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